"Tutti gli uomini per natura tendono al sapere. Segno ne è l'amore per le sensazioni: infatti, essi amnano le sensazioni per se stesse, anche indipendentemente dalla loro utilità, e, più di tutte, amano la sensazione della vista."
Aristotele, La Metafisica
Io non so come posso apparire al mondo; ma ai miei occhi mi sembra di non essere stato altro che un ragazzetto intento a giocare sulla spiaggia e divertirsi di quando in quando a trovare un sassolino più liscio o una conchiglia piu graziosa del solito, mentre il grande oceano della verità si stendeva, tutto da scoprire, dinnanzi a me"
(Newton)
Il dottor Righetti era molto felice quando si faceva l'ora di rientrare in famiglia dopo una lunga e faticosa giornata di lavoro. Non che il suo lavoro non lo soddisfacesse, ma l'atmosfera familiare riusciva a farlo sentire a suo agio. Lui, il capo famiglia, in famiglia si sentiva sicuro, disteso, amato, a volte persino coccolato da Patrizia, sua moglie.
Da una settimana però qualcosa aveva disturbato l'idilliaca atmosfera di casa Righetti. Persino Riccardo, uno splendido bambino di tre anni, se n'era in qualche modo accorto: era capriccioso, molto più insofferente del solito.
Patrizia aveva lasciato correre per qualche giorno, il lavoro di suo marito era impegnativo, stressante; un periodo di crisi era comprensibile anche se aveva il leggero sospetto che i problemi che preoccupavano Paolo non fossero problemi di lavoro. In ogni caso quella sera gli avrebbe parlato e insieme avrebbero risolto ogni cosa.
Aveva messo a letto Riccardo un po' prima. Paolo era comodamente
sprofondato in una poltrona del salotto, e leggeva il giornale,
nell'aria l'aroma squisito del caffè che avevano bevuto da poco. Senza
farsi sentire si accostò allo schienale della poltrona e cominciò
dolcemente a massaggiargli le spalle.
- Fantastico... -
- Cosa? - Domandò la moglie guardandolo in volto.
-..non ti fermare Pat, ti prego, continua. -
- Così però ti addormenterai prima della fine dell'articolo. -
Per tutto risposta Paolo lanciò verso il soffitto il quotidiano. Un
foglio si staccò dal resto del giornale svolazzando per qualche secondo
nella stanza.
- Cosa c'è che non va Paolo? -
- La cena questa sera era veramente squistita. -
- Non cambiare discorso. -
- Veramente molto, molto, molto buona. -
- Ha cucinato Sabrina, è a lei che devi fare i complimenti... -
Appena ebbe pronunciato il suo nome i muscoli di Paolo si irriggidirono
per un istante. Patrizia in quel momento ebbe la chiara impressione di
aver scoperto ciò che non andava. Smise di massaggiargli la schiena e si
sedette sul tappeto, di fronte a lui. Il fuoco basso che bruciava nel
caminetto, poco distante dietro le sue spalle, la fece rabbrividire.
- Cosa c'è che non va con Sabrina? -
Sabrina era la domestica che avevano assunto da poco più di una
settimana. Per Patrizia badare alla casa e a suo figlio non era mai
stata una fatica insopportabile, ma suo marito aveva tanto insistito
perchè prendessero una domestica che alla fine lei aveva ceduto. Ora
qualcosa le diceva che quello era stato uno sbaglio.
- Ah! Beato sesto senso femminile... - Si stava stiracchiando per
uscire da quel leggero torpore in cui il massaggio di Patrizia lo aveva
fatto cadere.
- Non dirmi che ti sei fatto colpire dal suo fascino giovanile?! -
L'aveva detto quasi scherzando ma l'ombra dell'inquietudine offuscava
la brillantezza dei suoi occhi.
Paolo sorrise, si alzò dalla poltrona e si abbassò verso la moglie
baciandola dolcemente sulla bocca. Il cuore di Patrizia tornò a battere
con regolarità: Sabrina era il problema, ma non quel genere di problema
che aveva sospettato. Paolo tornò a sedersi sulla poltrona.
- Cosa c'è allora in quella donna che non va? -
- Se mi versi due dita di coca in un bicchiere e ci aggiungi anche
una fettina di limone te lo dico. -
- Questo è un bieco ricatto. -
- No, è sete. -
Raccolse il giornale che poco prima Paolo aveva lanciato il aria e lo
tirò al marito, dopo di che si alzò dirigendosi verso la cucina per
preparare i cocktail.
In verità Paolo non aveva sete, era stato solo uno stratagemma per
prendere tempo: come avrebbe potuto dirglielo? Patrizia arrivò ben
presto stringendo fra le mani due lunghi bicchieri riempiti sino a metà
di liquido scuro. Incastrate sull'orlo dei bicchieri, in equilibrio
piuttosto instabile, le fette di limone
- A volte ti adoro. -
- Piantale di fare il ruffiano o te la rovescio in testa. Sputa il
rospo. -
Lui aveva fatto scivolare il limone nella coca-cola, lei si era seduta
al solito posto sorseggiando la bibita.
- Vuoi proprio sapere la verità? -
- Certo. -
- Sabrina... è un robot. -
Patrizia scoppiò in una sonora risata che cercò di soffocare subito con
entrambe le mani per evitare che riccardo si svegliasse, poi un po' di
saliva le andò di traverso e cominciò a tossire. Dopo po' riuscì a
nuovamente a parlare.
- Non dire scempiaggini, quella ragazza... -
- ..è l'ultimo gioiello della Righetti & C. Macchine Moderne. - In
quel momento Paolo sembrava più disteso, non stava sorridendo ma il suo
volto era soddisfatto, si era liberato come di un peso rivelando tutto
alla moglie.
- Tu leggi troppi libri di fantascienza! E' uno scherzo, non è
vero? -
Lui rimase impassibile.
- Paolo, non può essere un robot, è fatta di carne; ci ho parlato, mi
ha raccontato praticamente la sua vita, i suoi sogni, le sue
speranze.. -
- Piccola, quando la Righetti Macchine Moderne fa qualcosa, quella
cosa è perfetta. - Dicendo questo aveva cercato di imitare Bogart
senza riuscirci.
- Gli abbiamo dato un passato, un presente e persino un futuro. -
Patrizia bevve d'un fiato la coca che le era rimasta nel bicchiere.
- Ma si muove, parla, canta, racconta favole al bambino come se fosse
una vera... -
- Ha una forza pari circa a quella di venti uomini, una durata media
di servizio di cinquecento anni. Avendo a disposizione tutto il
materiale necessario è perfettamente in grado di costruire un essere
simile a sè stesso. -
Ripensò per un attimo con terrore a tutte le volte che l'aveva vista
giocare con Riccardo: era dolce, paziente, incredibilmente umana. Ad un
tratto un lampo illuminò la sua mente. Scagliò il limone verso il
marito che con espressione beata era sempre seduto sulla poltrona,
senza muovere un muscolo.
- Vado a letto. -
Paolo stava per dire qualcosa ma la moglie glielo impedì.
- Sei proprio sicuro che i tuoi Robot sanno fare tutto? - Pausa.
- Proprio tutto? -
Era sulla porta della camera da letto, lo sguardo accattivante doveva
essere il preludio ad una fantastica notte d'amore. Poi la porta della
camera si chiuse con un lieve rumore.
Spogliandosi Patrizia ripensava a quanto fosse pazzo quell'uomo che aveva sposato; pur di farle credere le cose più assurde era disposto a preparare il terreno per giorni. Ma questa volta cascarci sarebbe stato veramente troppo. Era felice di sapere che era stato tutto uno scherzo. Mentre aspettava il marito meditò una degna vendetta.
Non gli aveva creduto, sbuffò, cercò la fetta di limone che era finita sotto il cuscino della poltrona; del resto come poteva darle torto, persino lui, che quel robot lo aveva visto in fase di progettazione e costruzione, ogni volta che se lo ritrovava davanti stentava a credere che fosse una macchina. Scoppiò in una risata isterica. Avrebbe dovuto essere l'uomo più felice del mondo, di lì a poco sarebbe senz'altro diventato anche il più ricco: il primo robot della serie aveva egregiamente superato la prova di collaudo, sua moglie dopo una settimana lo cosiderava una normalissima persona e credeva che le rivelazioni di suo marito non fossero che una presa in giro. Avrebbe dovuto essere soddisfatto ma non era così.
Ripensò per un attimo ai singoli componenti: fibre sintetiche, circuiti microbiologici, scanner tridimensionali; poi il prodotto finito: Sabrina. Decise che aveva bisogno di bere qualcosa di forte. Eppure una differenza fra gli uomini e le sue macchine doveva pur esserci. Pensò tristemente che ce n'erano molte, ma i suoi robot vincevano a zero. Eppure doveva esserci una differenza, sostanziale, qualitativamente irriducibile, una distanza. Non voleva essere inferiore ad una macchina ma Sabrina... Bevve l'ennesimo sorso di Vodka. Qual'era la differenza? Quella domanda cominciò a martellargli il cervello, la stanza intorno a lui girava lentamente. Qual'era la differenza? Inutile andare a letto; Patrizia si sbagliava, i suoi robot facevano benissimo anche quello. Riuscì barcollando a sedersi sulla poltrona. La stanza continuava a girare, lui a bere, ma qual'era la differenza? Tappò la bottiglia. Come se non bastasse cucinava anche bene. Doveva essereci una differenza, già ma qual'era? Qualcosa d'inimitabile, d'irriducibile logicamente. Qual'era quella maledetta differenza che avrebbe potuto distinguerlo da una macchina? Il pensiero; era difficile sostenere che i suoi robot non pensassero, non capissero, non imparassero. Forse si trattava solo di una perfetta emulazione ma allora... qual'era la differenza? Il lobo dell'orecchio sinistro azzurro, quello sarebbe stato il segno per distinguere un robot da un uomo, ma... qual'era la differenza?
Una fitta nebbia aveva invaso la stanza, il caldo era insopportabile. Prima che i suoi occhi si chiudessero intravvide i contorni di una figura nella stanza, il cuore cominciò a battergli all'impazzata. Sabrina.
Ci vollero alcuni secondi, poi riuscì a mettere a fuoco l'immagine:
non era Sabrina, lo spavento lo aveva reso lucido. Riccardo era sulla
porta di camera sua. I suoi occhi brillavano delle ultime lingue di fuoco
che aveva arso la legna nel camino per tutta la sera.
- Papà, perchè il fuoco va verso il cielo? -
Stava sorridendo mentre lo riportava a letto.
- Vuoi sapere la vera verità? - Domandò con fare misterioso.
Gli occhi di Riccardo si allargarono di stupore ed attesa.
- Si. -
- Fai una nanna lunga lunga e domani mattina... ti dirò perchè il
fuoco va verso il cielo. -
Chiuse gli occhi. Prima di lasciare la stanza Paolo si voltò verso di
lui, i suoi occhi chiari ed eccitati erano ritornati a splendere.
- Dormi. - Disse a bassa voce.
L'alcool gli faceva tremare le gambe, ma la mente lucida stava
sorridendo: in fondo - pensò - è buffo quando la domanda risponde.
In questa infinita tensione verso la consapevole illusione del vero non vi è nulla di frustrante; ma c'è, al contrario, qualcosa di irrimediabilmente divino. Credo che questo faccia la differenza.