Milano d'agosto è come un paio di scarpe da mezza stagione: troppo leggere per essere portate d'inverno, troppo pesanti per l'estate. Vengono abbandonate dunque, nell'angolo più buio della scarpiera, magari ancora un po' sudaticce, fino all'autunno.
Riccardo lanciò un'occhiataccia verso il calendario: 2 agosto 1988. Un caldo soffocante gli appiccicava la camicia al corpo. Imprecò mentalmente contro il suo capo, non era possibile organizzare dei provini per cercare un bravo prestigiatore il due di agosto e per giunta a Milano.
Una luce eccessiva entrava dalla finestra, si alzò per abbassare la tapparella di qualche centimetro. La strada era deserta e per un attimo gli sembrò di vedere il calore che l'asfalto emanava. Appena i suoi occhi si furono adattati alla luce quei falsi fumi scomparvero. Tutto sommato era meglio così. Il caldo era sufficiente sentirlo.
Ancora pochi minuti e poi sarebbe dovuto andare in teatro. Annusò l'aria cercando di scoprire da dove provenisse lo sgradevole odore che ristagnava nella stanza. Non c'era un filo di vento e quando, piuttosto schifato, scoprì che era lui che puzzava in quel modo, decise di andare a farsi una doccia.
Il teatro era chiamato così con un eufemismo, in realtà del teatro aveva molto poco. Era un enorme salone molto più lungo che largo con un'acustica spaventosa, probabilmente già in quarta fila si sarebbe faticato a sentire la recitazione degli attori. Ma per quel che ne sapeva lui su quel palcoscenico nessun attore aveva messo mai piede, di solito era un locale affittato per feste private o congressi occasionali.
Prese posto a sedere in seconda fila, non che fosse indispensabile
sentire i suoni che venivano dal palcoscenico, ma era indispensabile
farsi sentire. Un omino piuttosto anziano e completamente pelato si
portò al centro del palcoscenico:
- E' lei il signor Riccardo? -
La voce squillante e tagliente sembrava quella di un giovanotto.
- Sì, sono io. Quando siete pronti cominciate pure. -
L'uomo scomparve dietro le quinte trascinando con se i calzoni troppo
scuri e pesanti per l'estate, tanto larghi che gli sarebbero senza
dubbio caduti se non fosse stato per un paio di larghe bretelle dai
colori sgargianti sulla canottiera madida di sudore. Aveva
borbottato qualcosa che però non riusci a capire.
Le luci si abbassarono sul palcoscenico, pochi istanti di attesa e
da dietro il pesante tendaggio di velluto rosso comparve una ragazza
bionda molto carina che nella scelta dell'abbigliamento non aveva fatto
nulla per far passare in secondo piano la bellezza del suo corpo. Tutto
questo nel mondo dello spettacolo poteva anche funzionare, ma in quel
momento a lui serviva un prestigiatore, e per quanto brava quella
ragazza fosse, ben pochi avrebbero notato le sue acrobazie
prestidigitatorie. Una sedia, due lunghe gambe, fazzoletti di seta
colorati, carte, l'immancabile bacchetta magica, labbra carnose, petto
esuberante, tutta una serie di ingredienti che singolarmente presi
potevano essere anche buoni, per non dire ottimi ma nell'insieme si
percepiva una stonatura, una squarcio, una steccata. Si accorse che il
numero era finito quando non sentì più la musica di sottofondo.
- Come sono andata? - Chiese la ragazza con voce sensuale ed un
atteggiamento molto accattivante.
- Bene... direi, nel caso le faremo sapere... - Non l'avrebbe mai
scelta, ma non era il caso di infierire.
- Avanti il prossimo! -
Le luci si abbassarono nuovamente, e sul palcoscenico comparve
d'improvviso accompagnato da una luce accecante un uomo completamente
vestito di nero che si avvolgeva di tanto in tanto in un grandissimo
mantello dello stesso colore del vestito, foderato di un rosso lucente.
La tuba, un paio di baffetti vibranti, le sopracciglia che non smette-
rano mai di muoversi, mancava solo il fedele Lotar e quello sarebbe
stato un perfetto Mandrake. Poi la stanza fu invasa da fumo denso e
irritante, almeno per i polmoni di quel tipo che cominciò a tossire e
dopo un buon dieci minuti di scuse e di bicchieri d'acqua, non riusciva
ancora a smettere.
- Lo sapevo... - Un colpo di tosse gli impedì di proseguire la frase.
- Lo sapevo che non avrei dovuto usare i fumogeni. - Il tono
sinceramente dispiaciuto della sua voce appariva ancora più drammatico
nella ridicolaggine della situazione.
- Non si preoccupi, sarà per la prossima volta. Avanti un altro! -
Le luci non si abbassarono, sbiadite dal fumo due figure si
avvicinarono a passo veloce verso il centro del palcoscenico. Una, la
più alta, era una signora di mezza età che teneva per mano l'altra, più
bassa, una ragazzina che non doveva avere più di dodici o tredici anni.
- Lei si chiama Sabrina, è la mia bambina, l'ho accompagnata perchè ha
un carattere tanto timido ma è bravissima. Durante le feste ci fa
divertire un sacco con i suoi giochetti. Niente di eccezionale, ma è
giovane, ha tutto il tempo per imparare. - Le diede un bacio sulla
fronte e poi scese dal palcoscenico sedendosi in prima fila.
Probabilmente era molto più emozionata lei della figlia. Fu un vero
disastro: carte che scivolavano dalle mani, nodi che non si volevano
sciogliere, palline che scivolavano dalle maniche larghissime del
vestito che indossava. La bimba scoppiò in lacrime prima che il suo
"numero" fosse finito. Sua madre, visibilmente preoccupata si voltò
verso di lui dicendo:
- La perdoni, sa l'emozione..., e poi tutto questo fumo... -
- Non si preoccupi signora, è giovane, avrà altre occasioni. -
Le vide andarsene mano nella mano, la piccola stava ancora piangendo,
la madre le stava dicendo qualcosa per consolarla, ma lui non riuscì a
sentire.
- Avanti un altro! -
Il caldo cominciava a renderlo nervoso, più andava avanti e più
trovava difetti ed errori imperdonabili nei numeri che mano a mano si
susseguivano sul palcoscenico. Riusciva a quardare l'orologio con una
regolarità impressionante: ogni cinque minuti esatti. Cominciava ad
averne piene le scatole di giochi di prestigio di così scarsa qualità.
- Ok, per oggi basta. - Si passò una mano sulla fronte che sudava
copiosamente. L'omino ricomparve sul palcoscenico:
- C'è l'ultimo, non lo vuole vedere? -
- Se si tratta dell'ultimo lo faccia passare... -
Era un giovanotto di colore, molto giovane, mal vestito, jeans
stracciati, un paio di scarpe da tennis sporche, il torso completamente
nudo ed una camicia sudicia appesa alla spalla. I riccioli neri erano
nascosti da un cappellino di lana rossa stranamente pulito.
- Salve amico, cosa vuoi vedere? -
Si impose di rimanere calmo.
- Non ha preparato niente? -
- Vuoi dire di questi giochetti stupidi...? No niete. Sai cosa diceva
mio padre quando vedeva un prestigiatore fare i suoi giochi? -
- Senta, sono sicuro che suo padre era una brava persona, avrà detto
anche cose interessantissime, ma io sto cercando un mago e... - Venne
interrotto.
- Puoi dirlo forte amico, mio padre era un sant'uomo. Quando vedeva un
prestigiatore diceva che quelle erano tutte sciocchezze, ma la gente
rimane affascinata da quei giochi, mentre dimentica cose molto più
straordinarie: tua mamma che tutte le mattine ti prepara la colazione,
i fiori che si aprono con il sole, i bambini che nascono, gli uomini
che muoiono, gli animali che corrono, il sole che sorge... -
- Molto profondo tuo padre ma... - Fu interrotto nuovamente.
- ..ma tu vuoi vedere comparire dalle mie mani colombi bianchi... - E
nella sua mano apparve una colomba che subito volò via andandosi a
posare su uno schienale della prima fila.
- ..o fazzoletti colorati che diventano fiori... - Estrasse di tasca
un foulard rosso che fece scivolare velocemente lungo la mano sinistra
per un paio di volte e alla terza la mano destra stringeva una rosa
dello stesso colore del foulard.
- ..ma in questi giochi c'è il trucco e una volta scoperto... basta,
perdono tutto il loro fascino e la loro bellezza. - Aveva lasciato
cadere a terra la rosa ed era rimasto immobile.
- Credo proprio che tuo padre avesse ragione. Oggi per essere un
grande mago bisognerebbe essere capaci di far sorgere il sole a ovest
e... chissà se basterrebe. -
Finalmente era finita. Non vedeva l'ora di potersi dare una sciacquata da qualche parte. Chiese all'omino sudato se ci fosse un bagno. Non era molto grande, nemmeno molto pulito, ma l'acqua che scendeva dal lavandino ingiallito e scheggiato era fresca e quella era la sola cosa che gli importasse. Osservò per un attimo l'acqua imboccare lo scarico del lavandino con un leggero senso orario poi alzò lo sguardo verso lo specchio. Vide il suo volto impallidire mentre l'espressione si faceva angosciata.
Aprì la porta del bagno con una spallata, scivolò lungo le scale, i gradini scorrevano sotto i suoi piendi ad una velocità incredibile, quando fu alla fine della rampa aveva il fiatone. Si precipitò dentro il teatro, l'omino sudato stava scopando il palco. Appena vide il suo sguardo terrorizzato si fermò chiedendo se andasse tutto bene. Ma evidentemente non era certo il caso di rispondere ad una domanda così banale. Corse fuori dal teatro osservando il sole nel cielo per un attimo, poi a destra: deserto; a sinistra: in lontananza sul marciapiede vide la sagoma tremolante di un uomo, doveva essere lui. Mano a mano che la corsa si faceva veloce la sagoma dell'uomo che doveva raggiungere si faceva sempre più chiara. Non c'era dubbi, era lui, con il suo cappellino di lana rossa. Corse ancora più forte, i tacchi delle sue scarpe rimbombavano sul marciapiede rieccheggiando per il resto deserto della via. Avrebbe potuto chiamarlo, ma la sua bocca era troppo impegnata a repirare per lo sforzo.
Lo raggiunse e gli appoggiò entrambe le mani sulle spalle. Il
giovanotto si voltò di scatto quasi fosse stato spaventato, lui si
piego per la fatica e gli ci vollero alcuni secondi prima che riuscisse
a parlare.
- Ok, ok, ok... prima io scherzavo in teatro. Sei assunto, basta che
fai ritornare tutto normale. -
L'uomo strizzò nuovamente l'occhio.
- Non ti preoccupare amico, ora è tutto a posto. -
Riccardo si accasciò sul marciapiede quasi stremato dalla fatica.