Pesanti tendaggi neri impedivano ai raggi di sole di illuminare lo squallore di quella piccola cameretta che Tom era miracolosamente riuscito a trovare. L'affitto era un'inezia, ma per le sue tasche anche un'inezia contava non poco. Oltre che per l'affitto l'aveva scelta anche per l'eccellente ubicazione, si trovava infatti a due passi dall'Università di New York che era stata intitolata alla memoria del grande pensatore austriaco Sigmund Freud. Anche nella semi oscurità quella stanzetta lasciava chiaramente trasparire lo stato di abbandono nel quale, sia precedentemente che nel momento attuale, era stata lasciata. Sul pavimento in legno, sporco e scricchiolante, erano sparse un po' ovunque camicie, qualche cravatta e pantaloni stropicciati. Un'intera parete era nascosta da un armadio di modeste dimensioni che inserito fra quelle quattro mura appariva esageratamente grande. Vuoto per la maggior parte del suo spazio disponibile, era occupato solamente da pochi volumi della biblioteca universitaria, ammonticchiati in ordine sparso. Il resto della stanza era ingombrato da un letto dalle apparenze piuttosto cedevoli ed un comodino dello stesso colore dell'armadio.
Sul letto Tom, come faceva sempre, stava consumando il
meritato riposo pomeridiano dopo una giornata infernale
all'Università. Si era laureato in Psicologia da due anni e
in mancanza di un impiego migliore faceva il "tutto fare"
universitario. Il telefono si mise a squillare. Senza
muovere un muscolo in più del necessario la mano di Tom
cercò a tastoni l'apparecchio telefonico sul comodino e solo
dopo alcuni secondi di inutili ricerche ricordò di averlo
messo sotto il letto per attutirne il suono alquanto
irritante. Con un certo sforzo riuscì a portarsi il
ricevitore all'orecchio.
- Pronto, chi parla? - Il tono della
sua voce si avvicinava molto a quello di un ippopotamo in
agonia.
- Sono il dottor James Kirk e vorrei parlare con il Signor
Tom Gofrey. -
Quando il nome "Kirk" raggiunse il suo cervello ci fu
un'immediata metamorfosi, era balzato in piedi lasciando che
il resto dell'apparecchio gli penzolasse a livello del
ginocchio. Stava disperatamente cercando una lucidità che
non riusciva a trovare.
- Buong... buonasera Professore,
sono io Tom Gofrey, come posso esserle utile? - Il timbro di
voce era diventato chiaro anche se tradiva una profonda
emozione.
- Vorrei parlarle di qualcosa di molto importante ed anche
piuttosto urgente, perciò volevo chiederle se poteva venire
nel mio ufficio, diciamo... tra un'ora circa. -
Tom stava sprizzando felicità da tutti i pori. Proprio quel
giorno sarebbe dovuto uscire con la ragazza più simpatica e
carina di tutto il corso di Psicologia, ma neanche per tutto
l'oro del mondo avrebbe rinunciato ad una simile occasione.
Probabilmente se il dottor Kirk fosse stato presente gli
sarebbe saltato al collo come un bambino affettuoso, ma si
limitò a pronunciare un eccitatissimo "certamente",
dopodichè la voce gli si strozzò in gola.
Ora ipotizzava quali potessero essere i motivi per cui il dottor Kirk lo aveva chiamato. Magari voleva affidargli del lavoro sulle ricerche che stava compiendo o addirittura chiedergli di diventare suo assistente. Ma era inutile crucciarsi più a lungo, ben presto lo avrebbe scoperto.
Non c'era un minuto da perdere. Si precipitò nel bagno, difficilmente due persone sarebbero riuscite a stare là dentro contemporaneamente. Quella specie di sgabuzzino, le cui pareti un tempo dovevano essere state d'un candido bianco, aveva la straordinaria capacità di renderlo triste. Ma la tristezza divenne disperazione quando incrociò con lo sguardo l'avanzo di specchio fissato in qualche modo sopra il lavabo. Quell'affare aveva un unico pregio, non mentiva mai, e in quel momento Tom era conciato da buttar via. La pettinatura sembrava quella di un novello Einstein, non uno solo dei suoi lunghi capelli neri era al suo posto, gli occhi scuri erano stanchi e arrossati. Si passò una mano sul mento respirando profondamente; doveva farsi anche la barba e difficilmente avrebbe trovato qualcosa di decente da mettersi addosso.
Nel giro di tre quarti d'ora era riuscito a riprendere un
aspetto quasi presentabile e si era tuffato tra l'asfalto e
il cemento della città dirigendosi verso la "Sigmund Freud's
University". Nonostante fosse pomeriggio avanzato il caldo
era insopportabile. Un incalcolabile numero di persone
affollava ogni più piccolo spazio percorribile di
marciapiede, avrebbe potuto usare il sottopassaggio ma
l'aria laggiù doveva essere veramente irrespirabile. Il sole
era quasi del tutto scomparso dietro gli alti edifici della
zona commerciale della città ed il cielo rossastro faceva
risplendere ogni finestra dei grattacieli che si innalzavano
ai lati delle strade di una luce misteriosa.
Cosa avrebbe
raccontato a Kate? Si era molto raccomandata di non mancare
all'appuntamento e sebbene si conoscessero da poco tempo,
gli dispiaceva piantarla in asso a quel modo. Le avrebbe
detto la verità, in fondo che male c'era? Tutti avrebbero
rinunciato a quell'appuntamento al suo posto. Per un attimo
ebbe il timore che se le avesse raccontato la verità, la
ragazza si sarebbe arrabbiata.
- Che si arrabbi quanto le
pare! Vorrei vedere lei al mio posto! - Esclamò Tom ad alta
voce senza rendersene conto. Una signora che in quel momento
gli stava passando accanto lo guardò con aria stupita.
L'ufficio del dottor Kirk era proprio come se lo era
immaginato: un'enorme stanza ben illuminata da ampie vetrate
azzurrine che dovevano servire a filtrare l'eccessiva luce
solare del primo pomeriggio. Le tre rimanenti pareti erano
interamente tappezzate di libri. Il pavimento era ricoperto
da una soffice moquette blu scuro in perfetta sintonia con
l'ambiente. Nell'angolo più lontano della stanza rispetto
all'ingresso c'era una piccola scrivania occupata da libri
aperti e distribuiti senza un ordine apparente, sui quali
stava china la massiccia figura di un uomo. Il dottor Kirk
fece segno a Tom di sedersi in una delle poltrone poste
davanti alla scrivania, senza alzare lo sguardo da ciò che
stava facendo. L'ospite saggiò la comodità di quelle sedie
di velluto nero dal disegno futuristico. Erano decisamente
scomode.
- Sono scomode, non è vero? Io l'ho fatto presente ai
responsabili del materiale tecnico, ma mi hanno risposto che
in fatto di studio anatomico sono l'ultimo modello. Per
conto mio continuo ad usare sedie tradizionali. -
Solo allora Tom si accorse che il dottor Kirk era seduto su
quella che aveva tutta l'aria di essere una banale sedia da
cucina. I radi capelli grigi di Kirk riflettevano la luce
bluastra quasi come uno specchio. Portava pesanti occhiali
con la montatura in metallo che irrigidivano un poco i
lineamenti morbidi del suo volto. Una folta barba dello
stesso colore dei capelli incorniciava l'ampia bocca dalle
cui labbra pendeva una sigaretta non ancora accesa.
- Vuole fumare? -
- Grazie, non fumo. -
Kirk alzò gli occhi verso il giovane. Lo sguardo sembrava
quasi accigliato. Tom si pentì d'aver rifiutato l'offerta.
Ma l'uomo subito dopo sorrise debolmente tornando ad
osservare i suoi appunti.
- E' molto difficile oggi trovare
qualcuno che non fumi, soprattutto nell'ambito
universitario. -
Voleva essere una battuta? Per evitare qualsiasi rischio Tom
si sforzò di sorridere.
- E invece lei ha ragione, fumare fa male, chi fuma è
schiavo del vizio. E' la mancanza di autodominio che ci
porta alla schiavitù. Socrate diceva l'autodominio essere
la base della virtù. Ha mai letto qualcosa di Platone? -
- L'ho studiato al Liceo. - Rispose timidamente Tom.
- Per tornare al motivo per cui le ho chiesto di venire, le
dispiacerebbe attendere qualche minuto? Aspetto un'altra
persona per trattare la stessa questione. -
- Si figuri Professore... -
- Nel frattempo, se le fa piacere può dare un'occhiata ai
libri. -
Tom apprezzò molto quell'invito e dopo un'attenta ricerca
riusci a trovare i volumi che lo interessavano. Il dottor
Kirk, psicologo e studioso di fama mondiale, aveva trattato
un'infinità di argomenti, tutti con straordinaria perizia
scientifica e filosofica, ma i suoi lavori più famosi ed
importanti erano senza dubbio quelli che aveva svolto sul
subconscio umano. In quel momento era la massima autorità in
materia. Aveva però interrotto improvvisamente le sue
ricerche in quel campo e più di una volta, nell'ambiente
universitario era circolata la voce che lo avesse fatto per
paura, la paura di scoprire qualcosa di troppo importante,
di troppo pericoloso per l'uomo in quel momento della sua
storia. Tom sfogliava lentamente alcuni libri sull'argomento
senza però prestarvi molta attenzione.
- Professore, ma
perchè ha interrotto gli studi sul subconscio? - Quella
domanda era sfuggita dalle sue labbra prima che avesse
potuto rendersi conto di quanto fosse azzardata. Kirk smise
subito di scrivere ed il suo sguardo tornò a posarsi sul
giovane.
- So a cosa sta pensando, ma le posso assicurare che non
l'ho fatto per paura. Purtroppo quando il governo non ti
finanzia più devi smettere per forza di cose. In effetti mi
ero appassionato molto a quegli studi, ed ero anche
consapevole della loro potenzialità, avrei voluto continuare
ma è difficile tirare avanti se non ti pagano quel tanto che
basta per farlo e quindi ho dovuto smettere. - Kirk si
allontanò momentaneamente dalla scrivania muovendo pochi
passi per osservare la città attraverso le grandi lastre di
vetro azzurro.
- Certo, erano studi pericolosi, ma solo se
sfruttati nel modo sbagliato. Riconosco di avere molti
difetti ma non certo quello di essere un vigliacco. - E detto
questo ritornò a sistemarsi dietro la scrivania.
- Anche se conosco poco dell'argomento ritengo che i rischi
sarebbero valsi comunque i risultati. - Aggiunse Tom
sistemando i libri sullo scaffale.
- Mi fa piacere che la pensi così. Magari tutti la
pensassero come lei. - Prima di riprendere a parlare, Kirk
aspirò l'ultima boccata di fumo e spense la sigaretta nel
posacenere.
- Basta, da domani mi do alla pipa. Ha mai letto
niente sull'argomento? -
- Fumo? - Domandò smarrito Tom.
Kirk sorrise.
- No, mi riferivo al subconscio. -
- I classici, ma di suo solamente alcuni. -
Ora il dottor Kirk sembrava essere più interessato alla
discussione. Aveva lasciato cadere sulla scrivania la penna
con la quale stava scrivendo.
- Ha letto "Sesto Senso"? -
- Diciamo che ci ho provato anche se i risultati sono stati
nulli: non ho capito niente di quel libro. -
- Non dica queste cose e provi a rileggerlo con calma: non
deve sforzarsi di capirlo, non ce n'è alcun bisogno, è un
libro di una semplicità sconvolgente. -
Per un attimo Tom pensò di essere preso in giro. Era facile
dirlo per lui che lo aveva scritto, ma nemmeno le menti più
ingegnose del pianeta erano riuscite a venirne a capo.
"Sesto Senso" era all'apparenza un modesto libricino di una
quarantina di pagine, non di più. Ma il problema era che in
quelle quaranta pagine non si trovava una sola frase che
potesse, anche lontanamente, avere un senso compiuto. Parole
una accanto all'altra, in maniera del tutto casuale. A
decifrarlo ci avevano provato in molti, persino con
l'utilizzo dei calcolatori, ma senza ottenere alcun
risultato. Naturalmente era inutile chiedere spiegazioni
allo stesso autore perchè la risposta era sempre la
medesima: "Signori miei, il modo migliore per capire cosa
c'è scritto in un libro è quello di leggerlo."
- Sono sicuro che riuscirà a capire quel libro solo quando
sarà attento al significato che quelle poche pagine hanno.
Non credo affatto che sia un problema di semplicità, di
forma o di linguaggio. Il "giudizio" sulla "verità" parla
molte lingue e si presta a facili interpretazioni, ma non è
con i sensi che si percepisce il vero. -
Qualcuno bussò alla porta con discrezione.
- Venga pure avanti signorina Jackson. - Disse ad alta voce
Kirk per farsi sentire. Tom fu molto sorpreso di vedere
Kate entrare in quell'ufficio e, nonostante gli sforzi, non
riuscì a nasconderlo.
- Buona sera dottor Kirk... - Disse lei porgendogli la
piccola mano delicata che scomparve quasi del tutto entro
l'enorme mano del dottor Kirk.
- Salve Tom, non pensavo di
trovarti qui, volevo telefonarti ma... -
- La sorpresa è reciproca. - Rispose asciutto Tom rifiutando
di baciare la guancia che la ragazza gli stava porgendo. Lo
sguardo di lei incrociò il suo come la lama di una spada
incrocia quella d'un nemico. Le spiegazioni sarebbero venute
in seguito.
- Vi conoscete già? - Domandò Kirk che non aveva seguito la
scena occupato dal suo lavoro.
- Da poco tempo. - Si affrettò a rispondere Kate che aveva
preso posto nell'unica sedia rimasta libera davanti alla
scrivania di Kirk. Le sue piccole labbra sottili appena
colorate di rosa si aprirono in un sorriso che mal celava il
suo stato d'animo turbato per lo strano comportamento di
Tom. La luce superstite che riusciva a penetrare i vetri
schermati giocava con i suoi lunghi capelli biondi che
scendevano tesi lungo le guance con una perfetta geometria
andando a sfiorare le spalle. Gli occhi scuri stonavano un
po' con il resto del viso rubandole un pizzico di
perfezione.
- Ciò mi semplifica molto le cose. - Aggiunse il dottor Kirk
con aria soddisfatta. Aveva tolto gli occhiali e li stava
pulendo con gesti meccanici.
- Da un po' di tempo sono
tornato ad occuparmi di psicologia spaziale; molte ricerche
sono state condotte in questo campo, ma finalmente oggi
abbiamo la possibilità di studiare il comportamento di un
gruppo di uomini nello spazio in un lasso di tempo molto
lungo ed è per questo che vi ho chiamato, voi sarete i primi
psicologi spaziali della storia. - Sorrise leggermente
all'espressione incuriosita dipinta sui volti dei due
interlocutori.
- Praticamente dovrete essere gli
psicoanalisti di due astronauti. -
Il viso di Kate si illuminò di stupore, i suoi occhi erano
quelli di una bimba contenta dopo aver ricevuto un
grandissimo regalo.
- Se non erro lei signorina Jackson sta preparando la tesi
proprio su questo? - Aspettò la risposta anche se già la
conosceva.
- Esatto. - Ora lo sguardo di Kate era fisso su quell'uomo
che le stava offrendo la grande occasione della sua vita.
- L'ho chiamata perchè pensavo che poter analizzare dati in
modo diretto potrebbe essere per lei un'esperienza
interessante. Tom potrà aiutarla nel lavoro, credo che sia
un ragazzo in gamba e per quanto giovane già abbastanza
esperto. La sua esperienza le sarà senza dubbio utile,
sempre se accetta quello che sto per proporle. - Kirk, da
esperto pescatore aveva gettato l'esca giusta al momento
giusto. I suoi occhi furbi ora aspettavano solo che il pesce
abboccasse. Accese un'altra sigaretta e allungò il pacchetto
verso Kate.
- Lei ha detto di non fumare Signor Gofrey? -
Tom rispose con un cenno del capo. In quella discussione si
sentiva messo in secondo piano.
- La ringrazio molto dottor Kirk, la possibilità che mi sta
offrendo mi rende molto felice. - La ragazza si controllò con
egregia maestria. In quel momento si sarebbe messa a saltare
per tutta la stanza in preda ad una gioia incontenibile.
- Un lavoro di questo tipo farà in modo che la sua tesi
venga sicuramente pubblicata, ed è per questo motivo che
voglio che lavori insieme a lei anche il Dottor Gofrey. -
Stava osservando le reazioni di Tom a cui quello zuccherino
sembrava essere andato di traverso.
- Bene, vediamo ora di
entrare nei particolari. Fra quattro mesi il Columbia VI
partirà dalla stazione di Cape Canaveral con a bordo un
equipaggio di quattro persone per raggiungere la stazione
scientifica orbitante LAB I. Gli astronauti resteranno nello
spazio un periodo lunghissimo, ed è proprio qui che sta
l'eccezionalità dell'avvenimento: la missione sul LAB I
durerà la bellezza di dieci anni. Il vostro compito sarà
proprio quello di studiare il comportamento psico-fisico
dell'equipaggio. Non voglio che prendiate una decisione
affrettata e perciò avete tutto il tempo che volete per
riflettere, non sarà un lavoro facile, anzi. - Il tono della
sua voce era cupo, quasi intimidatorio. Spense a metà la
sigaretta e dondolò su due gambe della sedia in attesa di
una reazione.
Tom appariva pensieroso. - I contatti avverranno via video? -
Si aspettava una risposta affermativa, corredata dalla
minuta descrizione di tutti i possibili vantaggi che una
comunicazione a quel livello comportava.
- No signor Gofrey, se accettate farete parte
dell'equipaggio. -
Davanti ad una simile prospettiva anche l'autocontrollo di
Kate non resse.
- Ma è fantastico!!! - La ragazza aveva già
preso una decisione, mentre Tom con lo sguardo fisso nel
vuoto cercava di fare un po' d'ordine nella sua testa che
quelle parole sembravano aver rovesciato.
- Non prenda decisioni affrettate, ha tempo per pensarci
fino a domani pomeriggio. -
Tom non aveva sentito nulla di quello che il dottor Kirk
aveva appena detto.
- Dieci anni... - Aveva mormorato
inconsapevolmente mentre cercava ancora di ritrovarsi. In
pochi istanti passarono nella sua testa, mischiati in ordine
sparso, otto anni della sua vita, gli ultimi otto: dal primo
giorno d'università al primo incontro con Kate. Migliaia di
visi e sorrisi, qualcuno di chi credeva aver dimenticato per
sempre. Kate lo stava guardando stupita: come poteva avere
dei dubbi sulla risposta da dare?
- So che un periodo di permanenza nello spazio di dieci anni
è molto lungo, ma proprio qui sta la straordinarietà e
l'importanza scientifica dell'esperimento. La relazione
diretta con gli astronauti è altrettanto indispensabile.
Sono convinto che il contatto umano è di vitale importanza
perchè la verità di un avvenimento venga a galla. Con voi
voglio essere sincero fino in fondo: nemmeno io sono
totalmente sicuro che un'esperienza di questo tipo possa
dare qualcosa di veramente concreto al progresso
scientifico, ma vi chiedo di essere disposti a rischiare.
Rischio ed un pizzico di follia sono necessari perchè l'uomo
possa progredire. "Il rischio ‚ bello" ha detto qualcuno. -
La sua voce aveva un tono cattedratico ma anche
drammaticamente umano. L'ultima frase era stata rivolta in
specifico a Tom. Due occhi indagatori lo stavano scrutando
attraverso le spesse lenti lucide per cercare di captarne i
pensieri confusi.
- Signor Gofrey... - Ci fu una lunga pausa
piena di tensione. Fra i due sembrava essersi stabilito un
contatto mentale. - ..ho bisogno di lei. -
Tom sospirò profondamente lasciando cadere le braccia sulle
gambe. Le ultime parole del dottor Kirk erano state una
liberazione. Ormai non poteva più rifiutare. Battè deciso il
pugno sul palmo. - Accetto. -
I due si strinsero vigorosamente la mano. Sul volto di Kirk
si poteva leggere profonda soddisfazione, tutto era andato
come previsto.
- Sono contento che abbia preso questa decisione, il vostro
lavoro non sarà facile ma sono sicuro che riuscirete a
farcela tranquillamente. L'unico consiglio che voglio darvi
è questo: scrivete sulla prima pagina del vostro diario di
viaggio questa frase: "Molta osservazione e poco
ragionamento conducono alla verità. Poca osservazione e
molto ragionamento conducono all'errore." E quando il vostro
morale sarà finito sotto i tacchi delle scarpe, ogni volta
che vi verrà voglia di mollare tutto perchè non riuscite a
cavare un ragno dal buco, rileggete questa frase. Sono
convinto che vi aiuterà moltissimo. In questo tipo di
ricerche il metodo migliore è quello di annotarsi tutto
lasciando da parte ansie, vergogna e timore. Poi vi basterà
riguardare gli appunti, non cercate di strappare dalle
vostre note qualcosa che in realtà non esiste, osservate
semplicemente ed i risultati verranno da soli prima di
quanto non vi aspettiate. Naturalmente ogni tanto ci
metteremo in contatto, ma sarà solo per ridarvi un po' del
morale perso col tempo: non posso aiutarvi nel vostro
lavoro, ma se guarderete ciò che accade intorno a voi con la
giusta attesa, vi assicuro che non potrete sentirvi soli. - I
muscoli del suo volto si rilassarono visibilmente, sentiva
dentro di sè di avercela praticamente fatta. Ora quello che
doveva dire non era più così importante.
- Per quanto
riguarda l'aspetto prettamente spaziale della questione
dovete telefonare domani mattina a questo numero... - Porse a
Tom un piccolo cartoncino bianco su cui erano segnate delle
cifre.
- ..e chiedete della Dottoressa Steven, vi darà lei
tutte le indicazioni necessarie. Probabilmente si tratterà
di sottoporsi ad un periodo di allenamento prima della
partenza, ma non c'è da preoccuparsi, ho già dato
un'occhiata alle vostre cartelle mediche prima di chiamarvi.
Siete in perfetta forma. - Ora Kirk era decisamente allegro,
giocherellava con la penna lasciandola rotolare su un
piccolo piano della scrivania sgombro di libri.
- Spero che
lei segua il mio consiglio e rilegga "Sesto Senso". -
- Lo farò senz'altro. - Rispose Tom sorridendo.
- Ragazzi, benvenuti sulla scalcinata barca della ricerca
scientifica. Non si guadagna molto ed il rischio di
affondare non è da sottovalutarsi, ma in compenso il
divertimento è assicurato. - Si stava comportando come un
padre fiero della strada imboccata dai suoi figlioli.
- A
proposito di compenso, stavo quasi dimenticando di mettervi
al corrente del motivo, forse più succulento, almeno a detta
di quelli dell'amministrazione, per accettare la proposta:
centoventimila dollari l'anno di stipendio... -
- Da fame! - Esclamò ironico Tom. I tre conversarono ancora
qualche minuto in quell'atmosfera paternalistica, dopodichè
si congedarono scambiandosi ampi ringraziamenti. Le ultime
parole pronunciate dal dottor Kirk avevano profondamente
stupito Kate. Sulla soglia del suo ufficio aveva esclamato:
"Sono fiero di voi, ragazzi!" e nella sua voce era comparsa
per un attimo l'ombra della commozione.
L'ascensore non ci mise molto tempo a raggiungere
piano-terra. Correndo uscirono nell'ampio cortile
circondato da porticati.
- Si può sapere che ti è preso appena mi hai visto? - Lo
rimproverò la ragazza.
- Come potevi pretendere che ti baciassi in quella
circostanza? -
- Non è questo che voglio dire e tu lo sai meglio di me, che
motivo c'era di comportarti come hai fatto? - Sapeva che non
avrebbe continuato a sviare il vero problema per molto, era
troppo di buon umore per poterlo fare. Dalla fontana al
centro del cortile uscivano enormi zampilli d'acqua che si
scioglievano nell'aria in tante minuscole gocce. Tom non
voleva parlare ma Kate continuava a strattonarlo. - Te lo si
leggeva in faccia il motivo e te lo si legge ancora, avanti
dillo! -
Quando usava quel tono provocatorio ed ironico da bambina
dispettosa era impossibile resisterle. - E va bene, ero
invidioso, non ti è mai capitato di invidiare qualcuno? -
Ancora una volta era stato costretto ad arrendersi ed il suo
orgoglio ne aveva fatto le spese, ma chi avrebbe mai potuto
non cedere davanti a quegli splendidi occhi nerì? Le sue
ciglia brillavano imperlate dalle piccole goccioline della
fontana, spinte sul suo viso dal vento. Era magnifica.
- Sono contenta che tu lo abbia ammesso. -
- Vorrei poter dire la stessa cosa. - Le disse sorridendo.
Era stato stupido comportarsi a quel modo e voleva
dimenticare di averlo fatto.
- Propongo di andare a mangiare una pizza ma ad un patto... -
Si era fermato di colpo e aveva sollevato Kate compiendo un
giro su se stesso.
- Vedo nei tuoi occhi la frecciata che stai per tirarmi, ma
ho una fame boia. Accetto. -
- Paghi tu. - Avevano pronunciato quelle ultime parole
contemporaneamente, ma la ragazza continuò. - Solo se mi dai
un bacio... - Le loro labbra si toccarono dolcemente.
L'utilitaria blu del padre di Kate sfrecciava veloce verso
"Da Pino: la vera pizza italiana".
- Conoscevo il dottor Kirk, e mi avevano detto che sarebbe
stato persino capace di convincere un gatto a correre dietro
ad un cane, ma che arrivasse anche a questo punto non lo
avrei mai immaginato. -
- Perchè? - Domandò Kate.
- Ti rendi conto in che razza di impresa ci siamo appena
imbarcati? -
- Ma piantala! Una simile occasione non ti capiterà più
nella vita. -
- Lo spero... -
Sem stava ancora litigando con la moglie.
- Ma come si fa ad imbiancare una macelleria a strisce rosse
e blu!!! -
Nonostante fosse notevolmente più grosso di sua moglie non
era mai riuscito ad incuterle paura. - Sono i colori che
preferisco! -
Quando Sem si metteva in testa una cosa era perfettamente
inutile cercare di fargli cambiare opinione e questo sua
moglie lo sapeva benissimo. Si ritirò in cucina borbottando
qualcosa e scuotendo la testa.